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Momento di debolezza, un mese dopo
11Oggi stavo riguardando i regali che avevamo fatto alla mamma a Natale. Spostandoli, ho trovato una lettera con un pensiero scritto da mia sorella, che non avevo visto fino ad oggi. Recitava così: “Questo è un fiore di camelia. Nel linguaggio dei fiori, la camelia vuol dire speranza. La speranza che tu guarisca presto e che tu possa tornare a festeggiare il Natale con noi”.
Dopo pochi giorni dall’aver letto quel pensiero, mia madre se ne sarebbe andata per sempre. Nessun altro Natale, nessun altro pranzo, cena, vacanza, o qualsiasi altra occasione per stare insieme. Non c’è più Lei, la sua voce, la sua presenza, i suoi discorsi rassicuranti, le sue ricette, la sua televisione alta, il suo piatto quando si apparecchia.
Mio babbo definisce “disastro” quello che è successo. Di tutti i termini che ho sentito, questo è quello che calza di più. Hai tanti pensieri per la tua famiglia. Perché anche se loro si sforzano di non farlo notare, vedi che la loro vita è così cambiata. Ti rendi conto che fanno esattamente come fai te: stanno zitti, fingono di essere sereni, ma dentro soffrono. Vorrebbero un aiuto, hanno bisogno di un aiuto, ma non sanno nemmeno loro quale aiuto possa fare al caso loro. Perché quello che provi è così strano, inconcepibile, inaspettato e triste che ti senti impotente.
Dopo un mese non c’è più il dolore. C’è la rabbia. Rabbia, perché ti accorgi di quanto sia ingiusto ciò che è successo. Rabbia perché pensi a tutto il male che ha dovuto patire una persona stupenda, che non aveva mai fatto del male a nessuno, e per tutto il tempo che ha dovuto sopportare questo male. Rabbia perché sembra che la persona che ti ha lasciato sembra sempre quella che se lo meritava di meno. Vorresti prendere a cazzotti e a pugni e a calci e a insulti il responsabile di tutto questo, ma non sai chi è, e non puoi fargli niente.
Quindi pensi a tutti i rimpianti, ti salgono in testa tutti i discorsi che non servono a niente, se non a farti del male, a tirarti delle coltellate per cose passate, su cui non hai controllo, e che adesso vedi in maniera distorta. Pensi che due mesi fa eri tranquillo e spensierato nel tuo mondo, a farti la tua vacanzina sul lago, e ti chiedi come hai fatto a non avere sentori di quello che stava succedendo. Ti viene da mangiarti le mani per non aver fatto “di più” (“di più” cosa? non lo sai, solo “di più”), e non solo due mesi fa, ma in tutti quei 6 anni in cui adesso ti sembra di non aver fatto niente. No, anzi: per tutta la vita, anche quando stava bene. Ricordi tutti i litigi e tutte le discussioni che hai avuto con Lei e ti viene da prenderti a schiaffi.
Gratti via il bianchetto che copre le scritte dal suo diario segreto e scopri cose che, se le avessi sapute, pensi che avresti potuto dare di più per farla stare tranquilla e per renderla più felice. Apri il suo portafoglio e trovi tutte le foto di te e della tua famiglia che si portava con sé, e che, sei sicuro, guardava nei momenti in cui stava peggio. Cerchi per notti intere la password del documento Word dove ha scritto le sue memorie. I posti, gli oggetti, le persone, i modi di fare ti ricordano Lei, sempre Lei.
Poi ti fermi. Cerchi di non pensarci, di farti forza, di convincerti che ora ha smesso di soffrire: partono tutti gli stratagemmi del tuo subconscio per farti stare meglio. In realtà la mamma non te la renderà mai nessuno, e avrai questi e molti altri momenti di debolezza per tutta la vita. Quando ti sposerai e Lei non ci sarà, quando avrai un figlio e Lei non potrà prendere in braccio il nipotino, quando farai carriera e Lei non potrà essere fiera dei successi di suo figlio.
Ce la farai a stare senza di Lei?
Addio mamma
13Ti ricordi di quando ti chiedevo di guardare e riguardare le diapositive del tuo viaggio di nozze?
Ti ricordi di quando ti facevo arrabbiare perché andavo male a matematica?
E quando mi chiedevi, tutte le volte che mi sentivi starnutire, se mi ero ammalato.
E quando mi consolavi per i miei capricci, sia da piccolo che da grande.
E’ anche in questi piccoli ricordi che non ti dimenticherò mai, mamma. Sei stata forte, mamma, hai avuto una resistenza incredibile. E so che hai resistito per noi. Se ci hai lasciato oggi a mezzogiorno e non ieri notte, come avevano detto i dottori, so che l’hai fatto per me, per il tuo figlio Pietro, per la tua figlia Alessandra, per il tuo sposo Fausto, per il tuo babbo Pietro e per la tua mamma Rita. Hai voluto, di nuovo, per l’ultima volta, dimostrarti più forte del male che avevi in corpo.
Il male che nonostante il nostro amore, le nostre preghiere, gli anni di chemioterapia, i numerosi interventi che hai affrontato, non sei riuscita a sconfiggere. Maledetto, hai straziato la mia povera mamma… cosa aveva fatto di male, la mia povera mamma? Era bellissima. Con i suoi capelli folti, il suo sorriso sincero, i suoi occhi grandissimi, le sue labbra spesse…
So che ierisera volevi dirmi quanto tu tieni a me. Inarcavi le sopracciglia, mi fissavi con gli occhi, mi volevi dire tante cose. So che avresti voluto accarezzarmi e rispondere a ciò che ti ho detto. Ma tu non ci riuscivi… e io, stupido, faticavo ad interpretare i tuoi ultimi movimenti… ti ho fatto del male, forse. Ma stai tranquilla, mamma, io so ciò che tu volevi dirmi, so che volevi toccarmi. Stai tranquilla, perché è come se tu l’avessi fatto per davvero.
Scusami se a volte ti ho deluso o se ti sei sentita ignorata. Scusami se non ho fatto abbastanza. Scusami se ieri sono stato con te, anche se tu non volevi che io ti vedessi in quello stato. Ma non ce l’ho fatta a non starti vicino, almeno fino a quando il cuore mi ha retto.
Mamma,
sei stata la migliore mamma dell’universo.
Non ho più lacrime.
