Lavoro creasi?
Sabato ho iniziato ad attuare il piano B. Che sarebbe iniziare a informarsi seriamente per aprire qualcosa in proprio. Sì, peccherò di troppa intraprendenza, ma se permettete mi stuzzica più aprire per conto mio, pur di non finire a lavorare in un call-center tre mesi sì e tre mesi no.
Così me ne sono andato dal commercialista, gli ho detto che genere di attività mi piacerebbe aprire (un negozietto di computer) e devo dire che mi ha parzialmente smontato. Non mi aspettavo certo dee bendate che ti regalano i locali, ti fanno mutui gratis e non ti fanno pagare le tasse. Ma mi aspettavo una situazione più rosea.
Primo: se voglio sia riparare computer che venderli, allora devo avere due attività. Una ditta artigiana, per ripararli, e una commerciale per la vendita. Questa non me l’aspettavo, anche perché in tutta la mia vita ricordo un solo negozio che fattura con due ditte diverse a seconda di riparazione o vendita. Inutile dire che con due ditte si raddoppiano tutte le spese, tutte le imposte e tutti i balzelli più o meno gravosi. E la ditta commerciale costa anche di più.
Secondo: nel caso scegliessi la ditta artigiana, il mio fatturato derivante delle vendite commerciali non può superare il 30%. Che significa? Significa che, se fatturassi 10.000€ annui, non posso avere più di 3.000€ di fatturato proveniente dalla vendita di pezzi di computer. Questo problema mi tocca di meno, personalmente mi diverto molto di più a riparlarli i computer che a venderli. Però, nell’ipotesi, dovrei vivere con il costante terrore di superare quella deadline del 30% che mi inguaierebbe l’attività.
Terzo (e questo è il punto che mi ha più distrutto i sogni): gli studi di settore partono dal secondo anno di attività. Il che vuol dire che io, già un anno dopo aver aperto la mia ditta, dovrei rientrare nei canoni impossibili stabiliti dal Ministero delle Finanze, che mi dicono quanto devo fatturare a seconda di quanto è grande il negozio, quanti dipendenti ho, quanti computer ho…
“Con l’aggiornamento di Aprile scorso è impossibile rientrare perfettamente negli studi per tutti i nostri clienti” – mi ha detto il commercialista. “Nemmeno le ditte avviate da 20 anni ci rientrano più, di qualsiasi settore esse siano, qualsiasi produzione esse facciano”.
Se non ci rientrano le società vecchie 20 anni, mi piacerebbe sapere come potrei rientrarci io dopo due anni. Io non capisco davvero l’utilità di questi studi di settore. Se fossero giusti li capirei, sarebbero un’ottima arma di controllo fiscale. Ma sballati in questo modo a cosa servono? Alla fine sei costretto a pagare più di quanto dovresti pagare, per non rischiare di trovarti in mezzo ad un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Diventa una specie di tassa, che paghi, stando zitto, per evitare di perdere giornate di lavoro in uffici statali.
E non è finita qui. Gli studi di settore, prima dell’aggiornamento di Aprile 2007, non toccavano le nuove imprese fino al quinto anno di età. Sì, col governo Berlusconi nessuno sarebbe venuto a rompermi le scatole con queste verifiche fino al 2011. Adesso invece – col governo di Sinistra – dopo due anni avrei già il fiato del Fisco sul collo.
Almeno il governo precedente fu coerente: fece tante di quelle leggi a svantaggio dei lavoratori da non ricordarne nemmeno più il numero, ma almeno aiutava i neoimprenditori. Ora, con questo governo, col PCI e il PRC al potere, la Legge Biagi c’è ancora e si sono ridotti i vantaggi per i neoimprenditori. In pratica, uno si trova svantaggiato sia da una parte che dall’altra.
Quarto: non esistono aiuti finanziari da parte di nessuno. Gli unici aiuti sarebbero quelli da parte della Comunità Europea, che concede capitale una parte in prestito e una parte a fondo perduto. Ma prendendoli si è ancora più soggetti a verifiche fiscali. E poi si dice tanto di voler favorire il giovane imprenditore…
Sono uscito dall’ufficio demoralizzato. In televisione tutti tirano fuori i loro sorrisi, dicendo che si liberalizza, che si aiuta… Ma nel concreto non c’è quasi nulla.
Come si deve fare, insomma, per lavorare decentemente in Italia? Il lavoratore dipendente è sfruttato e malpagato, mentre l’imprenditore ha il fiato del Fisco sul collo.
Ecco la soluzione: dovremmo tutti lavorare alla Camera e in Senato. 15.000€ netti al mese per riscaldare una poltrona, se e quando se ne ha voglia. E c’è pure il cinema gratis.

concordo con te
F.