Archivio di ottobre, 2007

Lavoro creasi?

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Sabato ho iniziato ad attuare il piano B. Che sarebbe iniziare a informarsi seriamente per aprire qualcosa in proprio. Sì, peccherò di troppa intraprendenza, ma se permettete mi stuzzica più aprire per conto mio, pur di non finire a lavorare in un call-center tre mesi sì e tre mesi no.

Così me ne sono andato dal commercialista, gli ho detto che genere di attività mi piacerebbe aprire (un negozietto di computer) e devo dire che mi ha parzialmente smontato. Non mi aspettavo certo dee bendate che ti regalano i locali, ti fanno mutui gratis e non ti fanno pagare le tasse. Ma mi aspettavo una situazione più rosea.

Primo: se voglio sia riparare computer che venderli, allora devo avere due attività. Una ditta artigiana, per ripararli, e una commerciale per la vendita. Questa non me l’aspettavo, anche perché in tutta la mia vita ricordo un solo negozio che fattura con due ditte diverse a seconda di riparazione o vendita. Inutile dire che con due ditte si raddoppiano tutte le spese, tutte le imposte e tutti i balzelli più o meno gravosi. E la ditta commerciale costa anche di più.

Secondo: nel caso scegliessi la ditta artigiana, il mio fatturato derivante delle vendite commerciali non può superare il 30%. Che significa? Significa che, se fatturassi 10.000€ annui, non posso avere più di 3.000€ di fatturato proveniente dalla vendita di pezzi di computer. Questo problema mi tocca di meno, personalmente mi diverto molto di più a riparlarli i computer che a venderli. Però, nell’ipotesi, dovrei vivere con il costante terrore di superare quella deadline del 30% che mi inguaierebbe l’attività.

Terzo (e questo è il punto che mi ha più distrutto i sogni): gli studi di settore partono dal secondo anno di attività. Il che vuol dire che io, già un anno dopo aver aperto la mia ditta, dovrei rientrare nei canoni impossibili stabiliti dal Ministero delle Finanze, che mi dicono quanto devo fatturare a seconda di quanto è grande il negozio, quanti dipendenti ho, quanti computer ho…

“Con l’aggiornamento di Aprile scorso è impossibile rientrare perfettamente negli studi per tutti i nostri clienti” – mi ha detto il commercialista. “Nemmeno le ditte avviate da 20 anni ci rientrano più, di qualsiasi settore esse siano, qualsiasi produzione esse facciano”.

Se non ci rientrano le società vecchie 20 anni, mi piacerebbe sapere come potrei rientrarci io dopo due anni. Io non capisco davvero l’utilità di questi studi di settore. Se fossero giusti li capirei, sarebbero un’ottima arma di controllo fiscale. Ma sballati in questo modo a cosa servono? Alla fine sei costretto a pagare più di quanto dovresti pagare, per non rischiare di trovarti in mezzo ad un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Diventa una specie di tassa, che paghi, stando zitto, per evitare di perdere giornate di lavoro in uffici statali.

E non è finita qui. Gli studi di settore, prima dell’aggiornamento di Aprile 2007, non toccavano le nuove imprese fino al quinto anno di età. Sì, col governo Berlusconi nessuno sarebbe venuto a rompermi le scatole con queste verifiche fino al 2011. Adesso invece – col governo di Sinistra – dopo due anni avrei già il fiato del Fisco sul collo.

Almeno il governo precedente fu coerente: fece tante di quelle leggi a svantaggio dei lavoratori da non ricordarne nemmeno più il numero, ma almeno aiutava i neoimprenditori. Ora, con questo governo, col PCI e il PRC al potere, la Legge Biagi c’è ancora e si sono ridotti i vantaggi per i neoimprenditori. In pratica, uno si trova svantaggiato sia da una parte che dall’altra.

Quarto: non esistono aiuti finanziari da parte di nessuno. Gli unici aiuti sarebbero quelli da parte della Comunità Europea, che concede capitale una parte in prestito e una parte a fondo perduto. Ma prendendoli si è ancora più soggetti a verifiche fiscali. E poi si dice tanto di voler favorire il giovane imprenditore…

Sono uscito dall’ufficio demoralizzato. In televisione tutti tirano fuori i loro sorrisi, dicendo che si liberalizza, che si aiuta… Ma nel concreto non c’è quasi nulla.

Come si deve fare, insomma, per lavorare decentemente in Italia? Il lavoratore dipendente è sfruttato e malpagato, mentre l’imprenditore ha il fiato del Fisco sul collo.

Ecco la soluzione: dovremmo tutti lavorare alla Camera e in Senato. 15.000€ netti al mese per riscaldare una poltrona, se e quando se ne ha voglia. E c’è pure il cinema gratis.

Lavoro cercasi

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E anche quest’anno l’estate è passata come doveva passare, ovvero lasciando quel senso di libertà non pienamente “sfruttata”. Con l’aggravante che questa era l’ultima occasione di farsi tre mesi di vacanza, e la coscienza che appena si troverà un lavoro le vacanze si ridurranno da 4 mesi l’anno a 2 settimane, se va bene.

Ma questo non è importante. “Ogni tanto bisogna anche lavorare”, come mi ha detto Assy ierisera. No beh, seriamente, se un lavoro piace, sono convinto che si è disposti anche a saltare le ferie e a lavorare anche quando si è in malattia.

E’ quella la difficoltà: trovare un lavoro che piace. Oddio, aspetta. La difficoltà, al mondo d’oggi, si ferma a metà frase. La difficoltà è trovare un lavoro. Poi trovarne uno che piace… mi pare che si rasenti l’impossibilità.

Avevo poche speranze di mio. Adesso, ogni persona che incontro non fa che accrescere le mie paure e infondermi un po’ un senso di rassegnazione, e alimentarmi la vocina che dice “tu non troverai mai un lavoro o, se lo troverai, ne troverai uno idiota”. E anche le prime esperienze dirette mi scoraggiano.

Cristina sta seriamente cercando un lavoro, dato l’assegno familiare ormai ridotto ai minimi termini, e che non può campare sul 50% dei ricavi della messa in vendita su eBay dei motori che trova nella cantina del babbo. Il primo colloquio sembrava andato bene, poi però il classico “le faremo sapere“, a cui è seguito l’altrettanto classico silenzio. Dopo il concorso pubblico, in cui è stata schiacciata da altre 400 persone, che più esperte (e più vecchie) se la sono mangiata a colazione.

So di una persona che è stata assunta come apprendista, con lo stipendio di 200€ mensili (al nero), per tre anni, con la libertà da parte dell’azienda di licenziarti quando vogliono, oppure dopo 3 anni dirti “guarda, sei stata brava, ma non ci sentiamo di assumerti”. Uhm, aspetta. Riorganizziamo le idee: duecento euro al mese, per tre anni, con nessuna sicurezza. Io provo una grande tristezza per questa persona. Perché mi dispiace seriamente: questo si chiama sfruttamento. Ma la capisco: se si vuole lavorare, bisogna sottoscrivere queste condizioni di schiavismo, fare buon viso a cattivissimo gioco e sperare che un giorno quei 200€ diventeranno 1200€. Anzi, le faccio i miei complimenti, perché se a me avessero proposto 200€ mensili gli avrei riso in faccia e gli avrei detto tutto ciò che pensavo. Anche alla decenza c’è un limite.

C’è qualcosa che non va bene nel mondo del lavoro. Non è possibile che tutti quelli che hanno bisogno di lavorare debbano avere dai 25 ai 30 anni, un’esperienza della Madonna e la disponibilità di accettare stipendi da fame. Non so come dovremmo fare, di certo non possiamo tutti lavorare 40 anni nei call-center della TIM a 800€ lordi al mese, andando avanti a contratti a progetto di 3 mesi l’uno, per ritrovarci infine con 15€ di pensione e una famiglia che patisce la fame.

Personalmente non vedo l’ora di iniziare a lavorare. Giuro. Ma ho paura, paura di trovare sfruttamento e ingiustizia. Io non avrei mai la faccia di comportarmi in modo così meschino con nessuno, né che sia il mio datore di lavoro, né che sia un giovane che vorrebbe venire a lavorare sotto le mie dipendenze. Assy mi ha raccontato che, un tempo, al centro del mondo del lavoro, c’era il dipendente, il lavoratore, la persona. Adesso c’è il profitto: tutti abbiamo un costo, tutti rappresentiamo un potenziale ricavo, chissenefrega se hai bisogno di lavorare, se vuoi farti una famiglia.

Siamo un mero mucchietto di denaro. E basta.

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